Appartenere a Iddio (esegesi vv 162)
Esegesi del versetto 162 della sura “Il Bestiame” secondo quattro sapienti malikiti: Ibn ‘Āshūr, Al-Qurṭubī, Aṭ-Ṭabarī e Al-Biqā‘ī
Ho sempre amato questo versetto, sin dal primo momento che mi è capitato di leggerlo, accaduto apparentemente per caso, probabilmente perché Iddio l’Altissimo ha voluto che io lo incontrassi sul mio cammino, tanto da fissarlo per sempre nel mio cuore e nella mia mente.
Questo versetto è diventato il mio modo di essere, di amare e di comprendere l’Islam. Ha riempito ogni spazio vuoto dell’anima e del cuore infondendomi forza e stabilità, che mi hanno aiutato in ogni avversità e facilità che Iddio, il Creatore, ha posto sul mio percorso.
Si tratta di Sūrat Al-An‘ām, versetto 162, che viene comunemente tradotto come: «Di’: “In verità la mia preghiera, i miei atti di devozione, la mia vita e la mia morte appartengono a Iddio, Signore dei mondi”».
قُلْ إِنَّ صَلَاتِي وَنُسُكِي وَمَحْيَايَ وَمَمَاتِي لِلَّهِ رَبِّ الْعَالَمِينَ
Il versetto appartiene alla fase conclusiva della Sūra (rivelata a Makkah). Essa è interamente dedicata ai fondamenti della fede (‘Aqīdah), al monoteismo (Tawḥīd) e alla confutazione del paganesimo.
Esso è stato rivelato alla fine della stessa come conferma dell’accettazione dell’adorazione unica, comprendente non solo la pregheria, ma ogni atto di adorazione dell’uomo.
Innanzi tutto, cercherò di analizzare termine per termine i significati contestuali della lingua araba. Per fare questo mi sono rivolto ai testi specifici di quattro sapienti che mi hanno guidato nella stesura di questo saggio: Aṭ-Ṭabarī, Al-Carrubi, Al-Biqā‘ī e Ibn ‘Āshūr.
Grazie alla loro conoscenza e alla mia pur misera e minuscola applicazione nel tentativo di accedere alla sapienza, ho analizzato i significati principali del versetto, approfondendo secondo le mie possibilità ogni singolo termine.
قُلْ (Qul): Imperativo del verbo qāla (dire). È il comando divino rivolto al Profeta (e a ogni credente) per proclamare con chiarissima fermezza un’identità e una scelta di vita.
إِنَّ صَلَاتِي (Inna ṣalātī): “In verità la mia preghiera”. Il sostantivo ṣalāh deriva dalla radice ṣ-l-w, legata al concetto di “connessione” e “legame”. Rappresenta il pilastro centrale del culto e il momento d’incontro intimo con il Creatore.
وَنُسُكِي (wa nusukī): “E i miei atti di devozione / i miei sacrifici”. La radice n-s-k indica la purificazione dell’argento e, per estensione, la dedizione sincera a Iddio. Nel Fiqh, descrive i riti del pellegrinaggio e i sacrifici rituali; nella dimensione spirituale, abbraccia ogni opera compiuta con intenzione pura.
وَمَحْيَايَ وَمَمَاتِي (wa maḥyāya wa mamātī): “La mia vita e la mia morte”. Due termini opposti ma complementari (ṭibāq in retorica). Maḥyā rappresenta l’esistenza terrena in tutte le sue sfaccettature (lavoro, affetti, tempo); mamāt rappresenta il passaggio e l’eredità spirituale.
لِلَّهِ رَبِّ الْعَالَمِينَ (li-Llāhi Rabbi l-‘ālamīn): “Appartengono a Iddio, Signore dei mondi”. La particella li- esprime appartenenza ed esclusività (Ikhlāṣ). Rabb evoca la cura, la protezione e la nutrizione costante di tutte le creature (al-‘ālamīn).
Da questo ho ricavato il significato ampio e complesso del versetto, che ho preferito rendere in italiano con una prosa fluida, di più immediata comprensione anche per chi non ha la possibilità di compiere studi approfonditi sull’Islam.
Resa interpretativa in italiano:
Proclama: “Ogni mio respiro, il mio orare, i miei atti di devozione, l’intera mia esistenza e persino il mio ultimo istante appartengono a Iddio, il Custode e Signore di tutti i mondi”.
I quattro sapienti a cui ho fatto riferimento sono:
Aṭ-Ṭabarī (Il contesto della trasmissione): Nella sua monumentale opera Jāmi‘ al-Bayān, Aṭ-Ṭabarī riporta le catene di trasmissione dei primi secoli, ricordando che questo versetto fu rivelato per tracciare una linea di demarcazione netta con le pratiche pagane. Mentre le devozioni preislamiche erano legate a rituali frammentati e a divinità tribali, l’Islam unifica ogni atto dell’uomo sotto l’unica sovranità di Iddio.
Al-Qurṭubī (Il rigore del culto e della vita): Nel suo Al-Jāmi‘ li-Aḥkām al-Qur’ān, il grande giurista malikita di Cordoba analizza la parola nusuk. Al-Qurṭubī chiarisce che la devozione non si limita alla carne dei sacrifici o alle pareti della moschea: quando l’intenzione (niyyah) è consacrata a Iddio, l’intera condotta morale del credente — il modo in cui commercia, parla e vive — acquista la dignità di un rito sacro.
Al-Biqā‘ī (La sintassi e l’armonia interiore): Nel Naẓm ad-Durar, Al-Biqā‘ī mette in luce la perfetta architettura retorica del versetto. Notando la sequenza che lega la preghiera (ṣalāh), la devozione (nusuk), la vita (maḥyā) e la morte (mamāt), Al-Biqā‘ī dimostra come il Corano proceda dal particolare al generale: dalla preghiera rituale si passa al culto della vita, sino ad abbracciare l’intero destino umano.
Ibn ‘Āshūr (Le finalità della legge e la libertà del cuore): Nel suo At-Taḥrīr wa-t-Tanwīr, il teologo tunisino della Zaytūna spiega come il concetto di appartenenza (li-Llāh) esposto in questo versetto rappresenti la massima forma di liberazione dell’uomo. Affidare la propria vita al “Signore dei mondi” significa liberare il cuore dalla servitù verso le cose materiali, le ansie del tempo e l’approvazione altrui.
Andando oltre la superficie del testo e analizzando ciò che ho studiato, esso non parla solo di riti o divieti, ma del senso stesso della nostra vita. L’imperativo “Proclama” non è un semplice ordine verbale: è l’atto con cui il credente definisce la propria identità di fronte a Iddio e al mondo
Come ci mostra la lezione di Aṭ-Ṭabarī, comprendere il momento storico in cui questo versetto è stato rivelato è fondamentale: esso nasce per superare quella vecchia idea che divida nettamente le cose della religione dalle cose di tutti i giorni.
Prima dell’arrivo dell’Islam, la religiosità delle persone era fatta di gesti isolati e occasionali, rivolti di volta in volta a tanti piccoli dei diversi per ottenere favori specifici. La proclamazione che Iddio chiede al Profeta — e attraverso di lui a ciascuno di noi — segna invece un cambiamento profondo: ogni singola azione dell’uomo viene raccolta, unificata e guidata dall’Unicità divina (Tawḥīd).
Se proviamo a guardare da vicino le quattro parole chiave del versetto — ṣalātī (la mia preghiera), nusukī (i miei atti di devozione), maḥyāya (la mia vita) e mamātī (la mia morte), notiamo un percorso chiaro che cresce passo dopo passo:
- la preghiera rituale (ṣalātī): il momento preciso del culto, l’incontro diretto e quotidiano con il Creatore;
- gli atti di devozione (nusukī): la sincera intenzione d’amore (Ikhlāṣ) che viene messa in ogni gesto e in ogni rito;
- la vita terrena (maḥyāya): il cammino di tutti i giorni, fatto di lavoro, affetti, decisioni e relazioni con gli altri;
- la morte (mamātī): il momento finale del passaggio e l’eredità di fede e di bene che lasciamo dietro di noi.
Dire che queste quattro dimensioni “appartengono a Iddio” (li-Llāh) cancella una volta per tutte la falsa barriera che spesso costruiamo tra la vita spirituale e la vita di tutti i giorni. Nella visione esegetica di Al-Qurṭubī, l’intenzione sincera (niyyah) possiede una forza straordinaria: essa prende l’azione quotidiana più umile e, se orientata a fare cosa gradita al Creatore, la toglie dalla banalità della routine e le dona il valore profondo di un vero e proprio atto di adorazione (‘ibādah).
Analizzando singolarmente le parole:
- لِلَّهِ (li-Llāh) e رَبِّ الْعَالَمِينَ (Rabbi l-‘ālamīn): sono le parole esatte presenti nel versetto 6:162 («li-Llāhi Rabbi l-‘ālamīn»). Esprimono l’appartenenza esclusiva a Iddio e la Sua signoria di cura su tutta l’esistenza.
- رَبِّ الْعَالَمِينَ (Rabbi l-‘ālamīn): Rabb (Signore, Custode, Sustentatore) unito ad al-‘ālamīn (i mondi, le creature). La radice ب ر ب (r-b-b) implica l’atto di far crescere, nutrire e guidare gradualmente una creatura verso la sua perfezione.
- نِيَّة (Niyyah) e عِبَادَة (‘Ibādah): sono i concetti usati da Al-Qurṭubī per spiegare la parola nusukī (i miei atti di devozione/sacrificio) e come la vita quotidiana (maḥyāya) si trasformi in adorazione:
- نِيَّة (Niyyah): dalla radice ي و ن (n-w-y intenzione, direzione profonda del cuore). Nel Fiqh e nell’esegesi di Al-Qurṭubī, è la forza interiore che trasforma un semplice gesto meccanico in un atto d’adorazione gradito a Iddio.
- عِبَادَة (‘Ibādah): dalla radice د ب ع (‘-b-d servire, adorare, tracciare un sentiero). Non indica soltanto il rito religioso, ma qualsiasi azione compiuta con umiltà, amore e obbedienza verso Iddio.
- تَحْرِيرُ الْعَقْلِ (Taḥrīr al-‘aql) e هَوَى (Hawā): sono le categorie usate da Ibn ‘Āshūr per spiegare l’effetto spirituale del versetto: liberare la mente dalla schiavitù delle passioni umane per consacrarla solo a Iddio.
- مِيثَاق (Mīthāq): è il concetto con cui si spiega la parola mamātī (la mia morte): la morte non è una fine spaventosa, ma il ritorno al patto primordiale stretto con il Creatore.
- لِلَّهِ (li-Llāh): composto dalla preposizione li- (per, appartenente a) e dal Nome Divino Allāh (Iddio). Si trova in Sūrat Al-An‘ām (6:162). Esprime l’appartenenza esclusiva e la consacrazione totale. Teologicamente, indica che niente dell’esistenza umana sfugge al dominio e alla cura del Creatore.
- تَحْرِيرُ الْعَقْلِ (Taḥrīr al-‘aql): Taḥrīr (liberazione) e al-‘aql (l’intelletto, il cuore razionale). Nella visione di Ibn ‘Āshūr applicata a questo versetto, rappresenta lo svincolamento della mente umana dalle superstizioni, dalle paure materiali e dai falsi idoli.
- هَوَى (Hawā): Dalla radice ى و ه (h-w-y cadere, desiderare cieco). Rappresenta la passione egoistica, il capriccio o l’idolatria del proprio “io” che distoglie l’uomo dalla verità.
- مِيثَاق (Mīthāq): Dalla radice و ث ق (w-th-q legare saldamente, patto). Rappresenta il patto primordiale stretto tra Iddio e le anime di tutta l’umanità prima della creazione terrena (menzionato in Sūrat Al-A‘rāf, 7:172) a cui la morte (mamātī) fa ritorno.
Consacrare la propria vita a Iddio, Custode di tutti i mondi, significa far sì che ogni piccola azione guidata da un’intenzione sincera diventi un gesto d’amore e di culto. In questo modo il cuore si libera dalle catene dell’egoismo e delle paure terrene, preparando l’anima a ritornare con serenità a quel patto d’amore originale stretto con il suo Creatore.
Proseguendo nel nostro cammino, gli insegnamenti di Ibn ‘Āshūr e di Al-Biqā‘ī ci aiutano a cogliere tutta la profondità dell’espressione “Signore di tutti i mondi” (Rabbi l-‘ālamīn).
Osservando la struttura della lingua coranica, Al-Biqā‘ī ci mostra che le quattro parole — preghiera, devozione, vita e morte — non sono un semplice elenco di concetti messi uno accanto all’altro, ma formano una scala in cui ogni gradino sostiene quello successivo. La preghiera accende il contatto con Iddio; il rito gli dà una forma concreta; la vita di tutti i giorni lo mette in pratica; e la morte lo porta al suo compimento più alto.
È proprio qui che Ibn ‘Āshūr riconosce in questo versetto la forma più grande di “liberazione della mente e del cuore” (taḥrīr al-‘aql). Dichiarare che la nostra vita e la nostra morte appartengono soltanto a Iddio significa spogliare qualsiasi realtà terrena — che si tratti di beni materiali, del potere degli uomini o del giudizio degli altri — dell’autorità di dominare la nostra anima.
Allontanando il credente dall’egoismo e dall’adorazione del proprio “io” (hawā), il versetto restituisce all’uomo la sua vera posizione nel creato: non più un individuo diviso e schiacciato dalle proprie ansie, ma una persona serena e unificata, la cui esistenza scorre in armonia con la guida amorosa del suo Custode (Rabb).
Questa completa consacrazione della vita a Iddio non significa affatto isolarsi dal mondo o guardarlo con freddezza, ma imparare a viverlo nella sua luce più bella. La vita quotidiana (maḥyā) non viene mortificata, ma elevata; e la morte (mamāt) perde quel volto spaventoso di buio improvviso, per diventare il passaggio consapevole verso il compimento di quel patto d’amore primordiale (Mīthāq) che la nostra anima ha stretto con il Creatore prima ancora di venire al mondo.
Tutto questa riflessione non spoglia del significato che ho ricevuto appena ne ho conosciuta la semplice traslitterazione in italiano. La potenza spirituale che ricevuto nel senso di appartenenza a Iddio non è stata per nulla intaccata dal significato teologico ricevuto con lo studio dello stesso, grazie all’opera di questi quattro grandi maestri.
Lo studio ha suggellato in me quel sentimento di intima e volontaria dipendenza dal Creatore. La mia vita mi è donata, ma appartiene a Lui; la mia morte è un Suo decreto: dell’una e dell’altra sarò chiamato a rendere conto dinanzi al Suo Volto.
Così ho imparato ad accogliere la morte non come una fine da temere, ma come un passaggio naturale, la suprema testimonianza della mia fede nella vita. Il senso di appartenenza che scaturisce da questo versetto non ha eguali nel mio percorso coranico; è il versetto che sento più intimo, la scintilla che ha fortificato la mia ‘Ibādah.
Realmente grazie a questo versetto, ho compreso che ogni mio gesto compiuto sulla terra, di cui io sono artefice direttamente e indirettamente, appartiene a Iddio e come tale dovrò renderne conto con il conseguente passaggio della morte.
Che Iddio illumini il mio e il vostro cammino verso il compimento che Egli, il Giudice Sommo, ha decretato per noi.
Modernità della scelta degli autori
Gli autori scelti per comprendere il versetto nel documento è stata basta oltre sulla loro appartenenza o vicinanza al madhab maliki, anche al fatto che essendo vissuti nell’arco di tempo che va dal IX al XX secolo e in terre abbastanza lontane da prendere tutto il mondo in cui l’Islam ha avuto la sua divulgazione – dall’Iran all’Andalus, passando per il Libano e la Tunisia – dimostra l’eccezionale continuità della tradizione esegetica sunnita, Ash’arita/Māturīdita e Malikita:
- integrazione geografico-culturale: si coprono i quattro grandi poli della civiltà islamica classica (l’Oriente califfale con Aṭ-Ṭabarī, l’Occidente andaluso-maghrebi con Al-Qurṭubī e Ibn ‘Āshūr, e lo Shām mediterraneo con Al-Biqā‘ī).
- continuità metodologica di Madrasa: tutti e quattro i dotti condividono il medesimo approccio filologico, linguistico e teologico, fondato sulla centralità della lingua araba classica e sul rifiuto del letteralismo antropomorfista e riduzionista.
Didascalia e opera degli autori consultati
- Ibn ‘Āshūr (Tafsīr di riferimento principale — Scuola Malikita / Zaytūniyya)
Nome completo: Muḥammad al-Ṭāhir ibn ‘Āshūr (محمد الطاهر بن عاشور)
Anno di nascita: 1879 d.C. / 1296 d.H. (deceduto nel 1973 d.C. / 1393 d.H.).
Luogo di nascita: La Marsa / Tunisi, in Tunisia.
Discendente di una celebre famiglia di eruditi di origine andalusa e sceriffiana insediatasi a Tunisi. È stato lo storico Rettore (Shaykh al-Islām) della prestigiosa Università/Madrasa della Zaytūna e il massimo esponente del Fiqh malikita del XX secolo.
Titolo dell’opera: At-Taḥrīr wa-t-Tanwīr (تحرير المعنى السديد وتنوير العقل الجديد من تفسير الكتاب المجيد)
Anni e luogo di produzione: Tunisi, Tunisia (Redatto tra il 1923 e il 1963; pubblicato in 30 volumi dalla Ad-Dār at-Tūnisiyyah li-n-Nashr).
Giurista e teologo tunisino, Rettore della prestigiosa Università/Madrasa della Zaytūna e Muftī Malikita di Tunisi. Rappresenta il vertice dell’esegesi tardo-classica e moderna della scuola malikita. La sua opera si distingue per la straordinaria profondità linguistica, l’adesione alla teologia Ash’arita e la valorizzazione delle finalità della legge divina (Maqāṣid ash-Sharī‘ah).
- Al-Qurṭubī (L’Enciclopedia di Fiqh e Qirā’āt — Scuola Malikita)
Nome completo: Abū ‘Abd Allāh Muḥammad ibn Aḥmad al-Anṣārī al-Qurṭubī (أبو عبد الله القرطبي)
Anno di nascita: Attorno al 1214 d.C. / circa 610 d.H. (deceduto nel 1273 d.C. / 671 d.H.).
Luogo di nascita: Cordoba (Qurṭubah), in Al-Andalus (attuale Andalusia, Spagna).
Il nisbah “al-Qurṭubī” (القرطبي) denota la sua origine cordovana. A causa della caduta di Cordoba durante la Reconquista (1236 d.C.), emigrò in Oriente stabilendosi in Egitto (al-Minyah e al-Qāhirah), dove completò il suo celebre Tafsīr di giurisprudenza malikita.
Titolo dell’opera: Al-Jāmi‘ li-Aḥkām al-Qur’ān (الجامع لأحكام القرآن)
Anni e luogo di produzione: Cordoba (Al-Andalus) ed Egitto (Completato attorno al 671 d.H. / 1273 d.C., Cairo).
Uno dei più celebri sapienti e giuristi della scuola malikita. Il suo Tafsīr è l’opera di riferimento per l’estrazione delle norme giuridiche (Aḥkām), la grammatica, le letture coraniche (Qirā’āt) e le dispute metodologiche del Fiqh, trattate sempre con straordinario equilibrio e rigore.
- Aṭ-Ṭabarī (Il Padre dell’Esegesi Tradizionale — Tafsīr bi-l-Ma’thūr)
Nome completo: Abū Ja‘far Muḥammad ibn Jarīr aṭ-Ṭabarī (أبو جعفر محمد بن جرير الطبري)
Anno di nascita: 839 d.C. / 224 d.H. (deceduto nel 923 d.C. / 310 d.H.).
Luogo di nascita: Amol, nella regione del Tabaristan (attuale provincia di Mazandaran, nel nord dell’Iran).
Il nisbah “aṭ-Ṭabarī” (الطبري) si riferisce proprio alla sua terra d’origine, il Tabaristan. Aṭ-Ṭabarī si trasferì successivamente a Baghdad, allora capitale del Califfato Abbaside e massimo centro intellettuale dell’Islam, dove redasse il suo monumentale Tafsīr.
Titolo dell’opera: Jāmi‘ al-Bayān ‘an Ta’wīl Āyī al-Qur’ān (جامع البيان عن تأويل آي القرآن)
Anni e luogo di produzione: Baghdad, Iraq (Completato attorno al 283-290 d.H. / 896-903 d.C.).
Storico, giurista e il più grande fra i primi esegeti dell’Islam classico. Il suo commentario costituisce la fonte primaria dell’esegesi trasmessa (bi-l-Ma’thūr), raccogliendo le catene di trasmissione (Isānīd) dei Compagni (Ṣaḥābah) e dei Successori (Tābi‘ūn), indispensabile per stabilire il contesto storico e linguistico dei versetti.
- Al-Biqā‘ī (Scienza della Sintassi e Coerenza Coranica — ‘Ilm al-Munāsabāt)
Nome completo: Burhān ad-Dīn Abū l-Ḥasan Ibrāhīm ibn ‘Umar al-Biqā‘ī (برهان الدين البقاعي)
Anno di nascita: 1406 d.C. / 809 d.H. (deceduto nel 1480 d.C. / 885 d.H.).
Luogo di nascita: Kharbat Rūḥā, nella valle della Beqā‘ (al-Biqā‘), nel sud del Libano.
Il nisbah “al-Biqā‘ī” (البقاعي) richiama la Valle della Beqā‘. Studiò e operò tra Damasco e il Cairo, diventando uno dei massimi esperti della scienza delle correlazioni coraniche (‘Ilm al-Munāsabāt).
Titolo dell’opera: Naẓm ad-Durar fī Tanāsub al-Āyāt wa-s-Suwar (نظم الدرر في تناسب الآيات والسور)
Anni e luogo di produzione: Il Cairo (Egitto) e Damasco (Siria) (Composto nel IX secolo d.H. / XV secolo d.C., completato attorno al 875 d.H. / 1470 d.C.).
Erudito e linguista specializzato nella scienza delle correlazioni (‘Ilm al-Munāsabāt). La sua opera analizza la struttura sintattica interna, le connessioni retoriche tra i versetti e l’armonia delle formule coraniche, fornendo le chiavi per comprendere il legame tra culto liturgico e vita quotidiana nel versetto 6:162.
Bibliografia Esegetica di Riferimento
Ibn ‘Āshūr, At-Taḥrīr wa-t-Tanwīr, Ad-Dār at-Tūnisiyyah li-n-Nashr, Tunisi, 1984.
Al-Qurṭubī, Al-Jāmi‘ li-Aḥkām al-Qur’ān, Dār al-Kutub al-‘Ilmiyyah, Beirut, 1988.
Aṭ-Ṭabarī, Jāmi‘ al-Bayān ‘an Ta’wīl Āyī al-Qur’ān, Mu’assasat ar-Risālah, Beirut, 2000.
Al-Biqā‘ī, Naẓm ad-Durar fī Tanāsub al-Āyāt wa-s-Suwar, Dār al-Kutub al-‘Ilmiyyah, Beirut, 1995.
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